Autore: disfare

Ida Wells

  • Europa anno zero

    Mentre, nello Studio Ovale della Casa Bianca, urla in faccia a Zelensky: «Vai in giro e costringi i coscritti in prima linea perché hai problemi di uomini», JD Vance non fa altro che svelare al mondo intero ciò che per tre anni è stato nascosto dalla propaganda di guerra atlantica, e che viene adesso rinfacciato – strumentalmente e non certo per motivazioni etiche – dal nuovo corso USA, di fronte ad una guerra evidentemente persa e ormai sfacciatamente scaricata sulla popolazione europea. Un’Europa la cui classe dirigente – riaffermando la difesa fino all’ultimo ucraino con la retorica della “pace giusta” – annuncia con patriottismo democratico scellerati piani di riarmo e deterrenza nucleare.

    La guerra è l’orizzonte storico terribile del nostro tempo.

    In Svezia e Norvegia vengono distribuiti opuscoli e si allargano i cimiteri per predisporre la popolazione all’eventualità di una guerra con la Russia; Von der Leyen dichiara di volere «la pace attraverso la forza»; Macron propone di estendere la force de frappe francese all’Europa; in Lombardia si dispone l’ampliamento delle scorte di iodio nell’eventualità di attacco nucleare; la NATO promuove la mobilitazione della società civile dei paesi alleati nell’Indopacifico per preparare un conflitto con la Cina; l’esercito italiano si prepara ad arruolare quarantamila soldati in più.

    In un quadro di interdipendenza tecnologica e finanziaria fra Cina e Stati Uniti, con l’elezione di Trump viene alla luce lo scontro in atto da anni tra la fazione globalista e quella sovranista delle classi dirigenti occidentali. Per sommi capi, la prima è decisa a uno scontro diretto e a qualsiasi costo con la Russia, la seconda favorevole a un’intesa col Cremlino per puntare, nel giro di alcuni anni, direttamente contro la Cina, ma entrambe convergono su un punto preciso: il riarmo europeo (peraltro deciso e annunciato molto tempo prima del ritorno di re Donald). Un gioco di specchi e provocazioni che, mentre potrebbe sfociare da un giorno all’altro nell’annientamento nucleare dell’umanità intera, trasformerà l’Europa, se non in un cumulo di macerie radioattive, in una fortezza blindata e militarizzata, dominata da un’economia di guerra che assorbirà tutte le risorse e le energie sociali.

    La guerra del nostro secolo è ibrida, totale, asimmetrica, civile. Il suo campo di battaglia è ovunque.

    La guerra del XXI secolo è una guerra senza limiti, che assume forme varie e pervasive. Si snoda tra i flussi energetici, prende la forma di attentati e sabotaggi di Stato, incorpora pienamente il denaro, i mezzi di informazione e i social network. La centralità assunta dalla tecnologia e dallo sviluppo scientifico si riverbera in ogni ambito del conflitto guerreggiato, attraverso droni, applicazioni che coinvolgono la popolazione nei servizi di intelligence (ad esempio per segnalare le posizioni delle unità nemiche), così come con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale nelle dottrine militari, che ha un peso e delle conseguenze paragonabili all’invenzione del nucleare. Se l’IA e le tecnologie digitali sono fondamentali per fare la guerra, la ricerca del primato su questi dispositivi alimenta la competizione su scala internazionale per il saccheggio di materie prime e la vampirizzazione energetica. Le ipotesi di “deterrenza batteriologica” e la valenza apertamente militare dei bio-laboratori fanno coincidere guerra guerreggiata e guerra al vivente.

    Non per questo vengono meno forme “tradizionali” e sanguinose, riemergenti nei fronti di una guerra mondiale che per ora sarà anche «a pezzi», ma che si delinea sempre più chiaramente come prodotto della crisi dell’egemonia globale statunitense e contesa con i suoi sfidanti, in particolare la Cina. Sul fronte ucraino, la leva di massa e la guerra di posizione ci ricordano quanto avveniva durante la Prima Guerra Mondiale. Sul fronte mediorientale, dove per gli USA mantenere saldo il colonialismo d’insediamento israeliano – sorto come avamposto degli interessi occidentali – significa cercare di preservare il proprio predominio sulla regione, il genocidio sionista a Gaza e in Cisgiordania riporta all’attualità quanto avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale. In nessun caso si tratta però di un ritorno del Novecento, bensì del reciproco alimentarsi di progresso tecnico e mobilitazione generale nella guerra totale del XXI secolo.

    Il potenziamento della tecnica è oggi l’orizzonte centrale per le forze che si contendono il dominio del mondo.

    Con un rovesciamento tra il concetto di mezzo e quello di fine, la tecnica guidata dalla scienza moderna si afferma secondo una propria logica. Il ruolo del sistema satellitare Starlink di Elon Musk – impostosi con la guerra in Ucraina – dà la misura di un protagonismo inedito delle multinazionali dell’high-tech, ma, come in altre fasi della rivoluzione industriale, non viene meno il ruolo dello Stato, che anzi assume una rinnovata centralità. Non è un caso che il Progetto Stargate della nuova amministrazione USA – 500 miliardi per lo sviluppo dell’IA – sia stato paragonato al Progetto Manhattan, quello che portò ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

    La natura automatizzata del genocidio a Gaza appare come la sperimentazione sui “selvaggi delle colonie” di quello che rischia di accadere ai civilizzati stessi, allo stesso modo in cui il genocidio degli Herero in Namibia da parte del colonialismo tedesco (e l’insieme dei genocidi commessi dalle altre potenze coloniali) precedette e preparò l’attività dei campi di sterminio durante il nazismo. E mentre diventa sempre più chiaro come nell’organizzazione del mondo-guerra vi sia un’umanità eccedente di cui si può fare a meno e che va gestita o eliminata, si sta sdoganando l’idea che si possa fare a meno dell’umanità in quanto tale (come sostenuto apertamente da alcune correnti tecnocratiche tutt’altro che lontane dalle stanze dei bottoni).

    La guerra è prima di tutto un fatto di politica interna – e il più atroce di tutti.

    Così metteva in guardia Simone Weil, ventiquattrenne, nelle sue Riflessioni sulla guerra (1933), rispetto all’errore di considerare la guerra come un fatto di politica estera. Se i fatti drammatici a cui assistiamo ogni giorno in diretta streaming rischiano di apparirci distanti, la guerra è più vicina di quanto inconsciamente ci auguriamo. 

    A pochi passi da noi stanno infatti le sue molteplici basi materiali – dai centri decisionali alle fabbriche d’armi e munizioni, passando per snodi logistici che sono parti integranti della logistica militare e un sistema universitario che fa da laboratorio all’industria bellica –, sempre più nutrite da imponenti piani di riarmo. E nel mondo datificato e digitalizzato i confini fra civile e militare sono continuamente superati in entrambi i sensi: una app che oggi viene usata per profilarci come consumatori, pazienti sanitari o “cittadini digitali”, può servire, altrove come qui, per mettere al bando, arruolare, o eliminare una parte di umanità considerata nemica o inutile, mentre i dati che produciamo tutti i giorni sono direttamente al servizio della sorveglianza e degli eserciti.

    Se è vero che la guerra parte da qui, è altrettanto vero che la guerra torna indietro. Ritorna come necessità di “pacificare” le retrovie, militarizzandole: la sperimentazione delle “Zone Rosse” dopo Capodanno, il tentativo di varare un codice da legge marziale col Pacchetto Sicurezza (firmato anche dal ministro della Difesa), l’estensione del “modello Caivano” ad altre periferie. Sul piano interno, sono numerose le conseguenze a cascata del conflitto tra gli Stati fatte pagare alle classi dominate – aumento delle bollette, precarizzazione ulteriore del lavoro, fine di quel che rimane del cosiddetto “Stato sociale” – giustificate dalle necessità del riarmo e della difesa nazionale e Europea, con l’utilizzo costante dell’emergenzialità e la militarizzazione delle emergenze. È ciò che abbiamo ampiamente vissuto durante il “periodo pandemico”, in cui la guerra al virus ha predisposto il terreno per la guerra attuale con la sperimentazione su larga scala di una mobilitazione generale.

    La guerra totale è contemporaneamente guerra civile globale.

    Le condizioni di questa guerra civile sono ampiamente in essere anche alle nostre latitudini, come più d’uno ha affermato già nel secolo scorso. Il venir meno di collanti ideologici, la conflittualità intestina allo Stato e pure alle classi frantumate, sono sintomi che la barbarie non è qualcosa di lontano, ma si dispiega anche all’interno delle mura erette dalla “civiltà” e dal “progresso”. Basti pensare a quanto accade nelle periferie come riflesso della “guerra tra poveri” – italiani contro stranieri, disoccupati contro lavoratori “del nero”, piccoli esercenti autorizzati contro abusivi, regolari contro clandestini, abitanti delle case popolari contro occupanti, cittadini contro rom, antagonisti contro “maranza”… Se poi ci spostiamo nel Regno Unito, vediamo tornare né più né meno che i pogrom (con migranti e islamici al posto degli ebrei e dei rom). Se le insurrezioni e le rivoluzioni moderne sono sempre delle guerre civili, i due termini non coincidono. Oggi siamo precisamente in presenza di una guerra civile ubiqua e orizzontale in assenza di guerra sociale.

    Capita però che talvolta il conflitto si esprima verticalmente, come nelle sommosse di George Floyd e poi, con una composizione socialmente diversa, e per certi aspetti opposta, nell’assalto a Capitol Hill (USA, 2020 e 2021: prima proletari di tutti i colori contro padroni e istituzioni, e in particolare contro la polizia; poi una miscellanea di classi, ma tendenzialmente plebee e bianche, contro l’elezione di Biden); negli scontri dei popoli nativi contro il marco temporal dell’agroindustria (Brasile, 2023); nelle sommosse delle banlieues francesi (dal 2005 alle più recenti “rivolte di Nahel”) e, alle nostre latitudini, nelle accese manifestazioni antipoliziesche dopo l’assassinio di Ramy Elgaml a Milano da parte dei carabinieri.

    I fenomeni di disintegrazione sociale rappresentano in ogni caso una minaccia per l’ordine costituito, a cui lo Stato risponde in maniera autoritaria, in modo del tutto trasversale alle  tassonomie di governo formali (democrazia vs. autocrazia), senza mediazioni se non quelle offerte dal progresso tecnico. Basti pensare alla digitalizzazione e biometrizzazione delle identità legali, tramite cui l’identità civile diventa indistinguibile da un dispositivo di sorveglianza automatizzato. Oggi il “cittadino” che si rivolta o non obbedisce è sempre più meccanicamente “messo al bando”.

    Prendere atto della tendenza alla guerra non significa accettarne l’inevitabilità.

    Nonostante la religione dell’ineluttabilità sia il motore del nostro tempo, alcuni segnali sembrano incrinarla. In Ucraina, dopo la sbornia nazionalista, il sostegno alla guerra ha lasciato il posto a forme di renitenza, diserzione e non-collaborazione di massa che pesano non poco sulle sorti di quel conflitto e lasciano intravedere un possibile crollo del fronte occidentale. Nel frattempo, il genocidio a Gaza ha alimentato un movimento globale vasto e articolato che, grazie ad alcune testarde minoranze, ha riscoperto forme d’azione diretta e ha portato l’intifada nei campus statunitensi, facendosi carico di dire il non-detto, cioè il fondamento bellico e genocida del capitalismo occidentale. L’estensione della guerra a tutti gli ambiti della società moltiplica le opportunità di ammutinamento e sabotaggio, offrendo alla variabile umana inedite occasioni di inceppare la macchina mortifera.

    La propaganda di guerra – paradossalmente – ha avuto invece presa su alcune minoranze della minoranza antagonista, arrivate a esprimere sostegno a una sedicente, e inesistente, resistenza ucraina, e a esitare, nel contempo, a sostenere la resistenza palestinese, con la totale incapacità di distinguere tra un’ondata nazionalista fomentata e armata dalla NATO (e con autentici nazisti in prima fila, tra Parlamento, squadroni della morte, esercito, polizia, Guardia Nazionale) e una resistenza anticoloniale contro un colonialismo d’insediamento ancora in corso. Se i socialisti parlamentari di un tempo votarono i crediti di guerra, i loro ridicoli e corrotti eredi “progressisti”, dopo un secolo di collaborazionismo di classe, sostengono il piano di riarmo “ReArm Europe” e indicono piazze guerrafondaie “per la libertà”, volte unicamente a sostenere la prosecuzione del massacro in corso in Ucraina.

    A centodieci anni dall’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Massacro Mondiale e a ottant’anni dalla fine del Secondo sul suolo europeo, sono la storia dell’antimilitarismo rivoluzionario e ancor più quella di chi lo ha abbandonato abbracciando la causa della “guerra giusta” di turno a illuminare tragicamente la strada da percorrere. L’unico modo di sottrarsi a guerre fratricide è assumere la logica del disfattismo e le sue implicazioni, ovvero adoperarsi per la rovina della parte capitalista che ti vuole arruolare e intruppare, e l’unico modo per sottrarre il disfattismo dall’arruolamento da parte del campo capitalista avverso è la logica dell’internazionalismo: quella con la quale ogni sfruttato vede il proprio nemico nel padronato di casa propria, solidarizzando con i propri fratelli e sorelle dall’altro lato del fronte.

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    Con questo sguardo sul mondo nasce disfare, bollettino periodico in parte dedicato ad affrontare nodi cruciali per interpretare il fosco orizzonte in cui agiamo, in parte a dare diffusione di testi contro la guerra totale, per lo più inediti in lingua italiana, provenienti dai vari fronti e retrovie del mondo e anche dal passato.

    Il bollettino uscirà in quattro numeri annuali, un ritmo oltremodo lento per tenere il passo vertiginoso dell’attualità, ma che ci sembra – oltre che compatibile con le nostre energie – adatto al cristallizzarsi di un pensiero che provi ad avventurarsi oltre la superficie. Ci affidiamo a uno strumento cartaceo, senza escludere che possa essere affiancato da altri mezzi, convinti che nella dimensione digitale tutto sfreccia e poco o nulla si posa, rumore di fondo che non ha più importanza di qualsiasi altro rumore.

    Di fronte all’accelerazione di eventi di portata storica che stiamo vivendo, ci sembra utile dotarci di una pubblicazione che possa fornire uno spazio di discussione e in cui possano dialogare fra loro esperienze di lotta e analisi, anche geograficamente lontane e magari divergenti tra di loro, con il desiderio che questo possa stimolare pensiero e azione. Per questo invitiamo chi ci legge a contribuire con testi, grafiche, segnalazioni, critiche, diffusione. Nella speranza che l’accelerazione di questi tempi bui non ci trovi del tutto impreparati.

  • I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere

    Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità. L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.

    Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che, dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto, Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale, conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p. 40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per questo numero (p. 38).

    Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero, per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani – “riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p. 48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per darne la caccia ovunque.

    Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri” –, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile. I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo: pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37), lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p. 56, p. 59).

    Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo (p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).

    Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la possibilità di una vita che meritiamo di vivere.

    10 febbraio 2026

  • Interrompere il flusso, ritrovare il mondo

    Quella avvenuta tra fine settembre e inizio ottobre è stata per certi versi una tempesta perfetta. L’appello lanciato dai portuali di Genova (e raccolto nei porti di Ravenna, Livorno, Salerno, Marghera, Trieste, Napoli…) a “bloccare tutto”, in occasione del tentativo di rompere il blocco navale israeliano su Gaza da parte della Sumud Flotilla, ha visto milioni di persone scendere in strada con l’idea di partecipare a uno sforzo concreto contro il genocidio. Le ambivalenze a bordo si riflettevano nelle piazze – solidarietà internazionalista contro umanitarismo, azione diretta contro rappresentazione, rottura della legge contro proposta costituente, rifiuto della delega contro mediatizzazione, riconoscimento tra sfruttati contro interclassismo – senza permetterne facili e immediate letture. Moti “spuri”, “opachi” – come usano dire gli analisti della politica dall’epoca dei Forconi a quella dei Trattori passando per i No Green Pass – la cui simultaneità e i cui numeri hanno messo in difficoltà il governo, mentre varie componenti della sinistra più o meno istituzionale tentavano di garantirsi uno spazio di rappresentazione[1]. Foschia e strumentalizzazioni, certo, ma nella rottura della normalità si è aperta una breccia per ciò che fino a poco prima sarebbe stato impensabile. Bloccare fabbriche, porti, stazioni, autostrade, aeroporti, scuole, università. Prendersi strade non concesse e scontrarsi con chi le nega. Non più la domanda “perché scendere in strada?” ma, per molti, ritrovarsi in strada senza niente da chiedere, con l’anelito che tutto l’orrore finisca e la sensazione che il tempo d’agire non sia più procrastinabile.

    La propaganda ci aveva abituati a pensare alla guerra in Europa come a un fatto novecentesco, ebbene sempre dal Novecento è tornato anche il mito dello sciopero generale, con tutta la forza – e le faglie[2] – che si porta dietro. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada in tutta Europa (in Francia, in Spagna e in Grecia) producendo, volontariamente o no, irregolarità e disallineamenti che – così come nelle manifestazioni di massa che hanno infiammato il “Sud globale” grazie ai giovani no future (p. 41), quelli che rischiano di trovarsi nei prossimi anni di fronte alla prospettiva dell’arruolamento –  hanno dischiuso la possibilità di inceppare la macchina del terrore, con un connubio tra azione e non-collaborazione[3]. La pratica del blocco diffuso ha infatti infranto il mortifero ordine costituito secondo un gioco di scomposizioni e corrispondenze: “bloccare per avanzare”, diceva uno slogan dal gusto per l’ossimoro. Scomporre la guerra totale nelle sue ramificazioni determinate – una fabbrica, una strada, un porto, un palazzo del governo, un cavo, la polizia – e, attaccandole, ricomporre il quadro generale dei rapporti gerarchici e mercantili.

    Dopo due anni di genocidio in streaming e mentre sul fronte orientale si perpetua la minaccia della distruzione totale che la scienza vuole rendere tecnicamente senza fine[4], quegli istanti – alcuni inaspettati, come l’attacco alla Tech Week e alla Leonardo a Torino (p. 28), altri organizzati e collettivi, come le pratiche di blocco (p. 22) e mobilitazione in diversi snodi decisivi per la guerra – hanno talvolta rotto il tempo della rappresentazione, del diritto, dell’umanitaria banalità del bene che non mette in discussione le strutture del dominio, dell’ineluttabilità. E, contro il mare piatto della rassegnazione, hanno reso palpabile una ritrovata tensione etica.

    Disallineamenti e rotture contro la normalità, talvolta dentro e contro gli stessi cortei, capaci di svelare la logistica – scienza e tecnologia la cui razionalità si origina in ambito militare (p. 7) – quale perno centrale nell’organizzazione della guerra totale. L’organizzazione dei flussi, sempre più sofisticata ed ingegnerizzata ed in cui rotte civili e militari si sovrappongono quotidianamente senza soluzione di continuità, presenta al contempo delle evidenti vulnerabilità e diventa quindi potente terreno di lotta antimilitarista, come emerge nelle azioni di anonimi sabotatori disfattisti in molteplici punti del vecchio continente – contro ferrovie, porti e centri di ricerca (p. 30, p. 46).

    I recenti blocchi e sabotaggi della logistica di guerra (sia essa di merci, esseri umani o informazioni), assumono un significato ben più profondo di quel semplice “disarmare” la produzione e la tecnologia (affinché continuino ad espandersi per il benessere generale) invocato nelle rappresentazioni della sinistra – la cui storia dice guerra, che si chiami privatizzazione, missione di pace, riforma del lavoro, ordine pubblico o detenzione amministrativa (p. 49). È la vita stessa che giunge ad essere concepita come un flusso manipolabile e ottimizzabile. Per questo interrompere i flussi della guerra può significare mettere in questione tutto, rompendo con la concezione per cui la vita è ridotta a un’entità in tutto analoga alle macchine, che è alla base del tentativo di replicare l’intelligenza umana attraverso i computer – un progetto che fin dai suoi albori è teso all’accrescimento della potenza militare (p. 14). Il concetto stesso di militarizzazione, al netto della condivisibile sensibilità che spesso ne muove l’utilizzo, è fuorviante: esso implica una corruzione o distorsione in senso bellico di conoscenze, tecnologie, istituzioni che sarebbe solo recente o localizzata. In realtà, il tecno-mondo e la guerra – come approfondiamo in questo numero in particolare rispetto alla logistica e all’intelligenza artificiale – sono implicati in un rapporto storico di co-produzione tramite cui si sono dati e si danno forma a vicenda, e condividono le stesse logiche profonde.

    La Storia che vorrebbero scrivere i dominatori, nel frattempo, continua a prendere forma. Il conflitto militare sembra sempre essere sull’orlo di precipitare (dalla Polonia all’Iran), mentre la mobilitazione pre-bellica e la complicità autoritaria si rafforza – ad esempio attraverso la caccia ai disertori, oggi braccati in Ucraina dagli stessi droni che li rimpiazzano in trincea (p. 31, p. 33). I BRICS+ – che hanno contribuito a fabbricare la macchina del genocidio (dai droni cinesi e indiani, al petrolio brasiliano, al carbone sudafricano e russo, alla logistica egiziana, emiratina e saudita…) – non rappresentano affatto una “alternativa”; mentre la “pace eterna” sbandierata da Trump in Medioriente è la stessa che viene proposta in Ucraina: tregue traballanti o inesistenti, che prefigurano altri massacri in quella macabra sequenza distruzione-spopolamento/ricostruzione-riordinamento che palesa la continuità tra il piano genocidario e quello di un ordinario sgombero o progetto di riqualificazione urbana. Mentre le alleanze tra Stati assumono sempre più frequentemente geometrie variabili e inestricabili, l’attacco statunitense al Venezuela conferma un vecchio e arcinoto adagio: l’America First comporta innanzitutto il riserrare i ranghi nei “cortili di casa”. Infatti, se in America Latina, dietro la retorica della guerra al narcotraffico (p. 35) si consolida il dominio neocoloniale su materie e corpi considerati strategici per la logistica militare-commerciale, per l’energia, per il dollaro (p. 44), in Europa la bolla del riarmo (p. 11) spinta con retoriche diverse tanto dall’élite sovranista quanto da quella globalista, apparecchia grossi affari per i finanzieri d’assalto.

    Il declino del potere occidentale ne svela la ferocia e rende l’incarceramento di massa una realtà, già pienamente visibile a Gaza e in Cisgiordania, nelle deportazioni di migranti negli USA come in Europa, nelle retate in periferia che nelle favelas di Rio diventano carneficine, nella messa al bando di “nemici interni” – terroristi, trafficanti, poveri “cattivi”. Riflettere sul «rapporto di implicazione reciproca tra le forme della carcerazione e le caratteristiche della resistenza» (p. 38) diventa quindi più che mai necessario. Proprio nel momento in cui, a seguito della proscrizione e oltre duemila arresti, i prigionieri di Palestine Action intraprendono uno sciopero della fame, e la presenza della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa durante il corteo del 4 ottobre a Roma rende plastica l’immagine del futuro previsto per quella parte di umanità considerata nemica o minaccia, dentro e fuori dalle mura cintate. In questo scenario di guerra, che sia definita ad “alta” o a “bassa” intensità, a difendere le popolazioni dall’abisso non ci saranno Diritti più o meno internazionali, costituzioni, enti sovranazionali, per questo compito «siamo tutto ciò che abbiamo».

    Se l’umano è da tempo “senza mondo”, disfare il mondo-guerra – l’orrore che è semplicemente “dato” – significa precisamente (ri)trovare il mondo come intenzione e significato per quella parte di umanità tagliata-fuori o mai ammessa alla Storia della classe dominante. Nel momento in cui, tramite le armi di distruzione totale, si dischiude lo scenario di un mondo-senza-umani, le brecce aperte a settembre e ottobre che si intrecciano all’imprevisto del 7 ottobre ci dicono che è possibile riattivare le storie dei dominati interrompendo il continuum storico del dominio. Come sottolinea il contributo “I compiti dell’ora presente” (p. 5): «Dobbiamo uscire da quello che Riccardo d’Este chiamava “totalitarismo del frammento” (…). Se i nostri privilegi differiscono alquanto in base al colore della pelle, alla classe e al sesso, tutte le nostre vite si riproducono grazie al saccheggio planetario di materie e corpi, foreste e infanzia, sussistenza comunitaria, ghiacciai e cosmovisioni. Dal “Sud Globale” sta arrivando un’inaspettata notifica: materie e corpi sono sempre meno disponibili, poiché il moto-Palestina cita all’ordine del giorno cinquecento anni di depredazioni e di resistenza».

    «Di doman non v’è certezza», dice la più grande rivolta carceraria della storia, in Palestina. E come affermano i moti d’autunno, qui come altrove, rifiutare lo spossessamento tecnologicamente equipaggiato e la predazione materiale e spirituale delle nostre vite è forse diventato pensabile.

    [1] Limitiamoci qui alla CGIL, che ha proclamato prima uno sciopero il 19 settembre – depotenziando lo sciopero del 22 settembre indetto dai sindacati di base – per poi, senza tema di contraddizione, unirsi allo sciopero generale del 3 ottobre convocato inizialmente da SI Cobas, a rincorsa della propria base.

    [2] Secondo la nota riflessione di Walter Benjamin (Per la critica della violenza, 1920) che, riprendendo la critica di Sorel, distingue lo sciopero generale politico – che mira ad un cambiamento nei rapporti di forza tutto interno all’orizzonte dello Stato e del Diritto – da quello proletario, che pone «la questione di una violenza di altro genere», rivoluzionaria perché non ha il fine di impadronirsi dello Stato, ma si manifesta distruggendone l’ordine e la temporalità.

    [3] Su cui ci eravamo soffermati nel primo numero di disfare, con l’articolo “Il fuoco di Prometeo”.

    [4] Il nuovo missile a propulsione nucleare Burevestnik – “uccello delle tempeste” –, testato dalla Russia riattivando la competizione tecno-scientifica globale, può restare in volo a bassa quota per ore in forza del motore atomico.